Nell’anno del Signore 1076, infuria in Europa la lotta per le investiture, ovvero lo scontro tra papato e impero, per stabilire a chi spetti il conferimento ai vescovi dei poteri politici e religiosi e, in definitiva, quale delle due autorità, quella cattolica o quella imperiale, debba prevalere sull’altra.
I principali protagonisti del conflitto furono il papa Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV; l’inasprirsi della contesa portò alla scomunica dell’imperatore e, in conseguenza, allo scioglimento dall’obbligo di fedeltà al sovrano per i suoi sudditi e vassalli. Al fine di ottenere la revoca della scomunica, l’imperatore, con un piccolo seguito, nel gennaio del 1077 intraprese il lungo viaggio dalla Germania fino al castello di Canossa, sull’appennino reggiano, dimora prediletta della potente feudataria Matilde di Canossa, contessa di Toscana e sua cugina, fervente cattolica e perciò del partito papista, che aveva assunto un ruolo di mediazione per porre fine allo scontro, ospitando presso di sé il pontefice e organizzando l’incontro tra i due contendenti.
L’episodio dell’umiliazione di Canossa, con l’imperatore costretto a un’anticamera di tre giorni nella neve, in abito da penitente, al di fuori delle mura, è nota, anche se non risolutiva della vicenda che si trascinò ancora a lungo.
Questo il contesto storico in cui si svolge il nostro racconto, che ha inizio prima dell’arrivo dell’imperatore a Canossa, quando la contessa Matilde in persona, va a cercare l’eremita Anselmo da Alberone, che la vox populi già dice santo, sulla Pietra di Bismantova, massiccio roccioso e inospitale dalle pareti scoscese, situato nell’Appennino reggiano, dove l’uomo vive in assoluta solitudine, nutrendosi di radici, sfidando il gelo e resistendo alle seduzioni del Diavolo che rivendica il dominio esclusivo di quello spazio impervio, da Anselmo trasformato in luogo di preghiera.
Matilde affida ad Anselmo un incarico importante: deve raggiungere Aquileia per ottenere al papa l’appoggio del potente patriarca di quella sede, ma deve stare attento alle spie dell’imperatore che tenteranno in ogni modo di fermarlo e non potrà fidarsi di nessuno. Inizia così il viaggio dell’eroe, che, suo malgrado, si trova presto affiancato dall’ambiguo mendicante Galaverna.
Insieme, scenderanno dalle montagne per raggiungere il porto fluviale di Brescello, e imbarcarsi su una nave che si appresta a discendere il corso del Po, in direzione di Venezia; l’equipaggio della Gogamagoga, guidato da un re ragazzo di nome Vitige, è piuttosto insolito, così come lo scopo di quel viaggio invernale, fra le acque ghiacciate del grande fiume: partono infatti alla ricerca del seme della leggendaria zucca gigante, capace di sfamare tutta la popolazione e la bizzarra ciurma annovera, tra gli altri, un prete, un mago, un gigante, un nano e Parpaia, una giovane fuggitiva.
Il viaggio si rivela subito pieno di insidie e, dopo l’assalto dei pirati, lo strano equipaggio dovrà affrontare i mostri di nebbia, il mal di fiume, il gorgo e i pupazzi di neve. Attraverso diverse peripezie, Anselmo, insieme a Galaverna e Parpaia, dovrà poi abbandonare la nave e proseguire a piedi, incontrando altri personaggi, come l’alchimista Gidnone, che cerca di trasformare l’acqua in lambrusco, e il perfido conte Gnoli di Finale, che fa rinchiudere i tre nelle segrete della Torre dei Modenesi. Dopo una fuga rocambolesca, grazie all’intervento di un topo che parla, l’incontro col bambino selvaggio Ranìn e la scoperta della grande zucca e del Bigatto che la custodisce, la missione di Anselmo giunge al termine, anche se diversamente da com’era prevista.
Il tesoro del Bigatto è un romanzo unico nel suo genere, un fantasy ante litteram, di ambientazione italiana, pubblicato nel 1980, parte di un’ideale trilogia fantastica, insieme agli altri due titoli: Le città del diluvio e La Compagnia della Selva Bella. Recentemente ripubblicato, nonostante sia un best seller da un milione di copie e diversi passi siano presenti nelle antologie per ragazzi delle scuole, il suo scarso peso nel panorama letterario italiano non rende merito alla ricerca e alla fantasia dell’autore.
Giuseppe Pederiali ha saputo unire un’ambientazione storica e geografica molto precisa e una serie di vivaci invenzioni fantastiche, mescolate in un crogiuolo che tiene insieme cronache antiche e storie da osteria, le cui radici affondano nella tradizione padana e nei saperi popolari delle terre intorno al Grande Fiume, restituendo al lettore vicende di santi, cavalieri, signori nobili e crudeli, castelli, mostri, maghi, boschi misteriosi e paludi assassine. Il risultato è un romanzo fiabesco e originale, un po’ storico, un po’ fantasy, un po’ tragicomico, che ricostruisce l’immagine di un Medioevo tanto fiero e avventuroso quanto oscuro, affamato e sgangherato.
Anche il linguaggio contribuisce alla creazione di un Medioevo immaginario ma molto reale, con l’impiego di termini gergali che richiamano il dialetto delle terre attraversate dai protagonisti e la citazione di luoghi esistenti avvolti qui da un antico alone leggendario, come la Pietra di Bismantova o la Torre dei Modenesi a Finale, che, per chi non lo sapesse, è quella che, costruita nel 1213, rimase tagliata a metà dopo la prima scossa del terribile terremoto del 20 maggio 2012, per poi crollare definitivamente appena poche ore dopo, con la scossa successiva. L’immagine del suo orologio spezzato in due è divenuta una delle icone della tragedia, facendo il giro del mondo.
Tutta l’ambientazione del romanzo è un richiamo agli usi e i costumi di quei luoghi, dai cibi descritti, ai nomi stessi dei personaggi che hanno spesso un significato dialettale, come Galaverna, che significa brina ghiacciata ed evoca la freddezza del cuore o Parpaia, che vuol dire farfalla e fa pensare alla capacità di trasformarsi, e anche le creature spaventose, di neve e di nebbia, che la Gogamagoga incontra durante la navigazione sul fiume Po, incarnano la paura dell’ignoto, del freddo e della fame che tormentavano le popolazioni del tempo.
Una fiaba per lettori di tutte le età, ricca di saggezza senza tempo e capace di rievocare un’epoca che non finisce mai di affascinare.
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