Non solo narrativa


“Storia della follia nell’età classica ” di Michel Foucault

L’irrazionale attraversa da sempre la storia, e il rapporto con esso connota le civiltà.

I Greci esplorarono la follia attraverso i miti e il teatro, e la situarono nel terreno del sacro, del contatto con la divinità, che può confondere ma anche ispirare l’uomo.

All’inizio del Medioevo, il folle era ammesso ai margini della comunità, veniva allontanato e scacciato, ma era anche considerato portatore di verità, e, nella concezione popolare, la follia era spogliata dai suoi lati oscuri, e legata alla festa e al riso, dove il folle assume il carattere comico del buffone, del giullare, ma anche quello rituale del ribelle: è l’unico che può dire verità scomode persino ai potenti.

Più avanti, la follia diventa tentazione, madre dei vizi, e il folle, perduto lo statuto sacro dell’antichità, diventa il rappresentante del demoniaco che necessita dell’intervento riparatorio sul corpo guasto, per consentire l’espressione dello spirito, giustificando così la tortura e l’eliminazione fisica del malcapitato.

Con l’età moderna, si inaugura l’epoca dell’internamento, ovvero la segregazione coatta del folle in luoghi deputati a isolare e nascondere tutte le diversità e le irregolarità che la società rifiuta: malati mentali, ma anche visionari, storpi, vagabondi, bestemmiatori, invalidi, dissoluti, prostitute, omosessuali, poveri.

Misto di carcere, ospedale e monastero, le case dei matti o asili per lunatici, si diffondono in tutta l’Europa e l’idea di controllo sociale che ne giustifica l’esistenza è un pensiero autoritario che permea la cultura occidentale fino ai giorni nostri, nel tentativo di schiacciare una diversità, che altro non è se non un lato indesiderato della società medesima, col risultato di negare così la propria stessa natura.

È un tomo di cinquecento pagine che richiedono attenzione, ma è una lettura attualissima, che aiuta a comprendere il nostro sguardo sul diverso da noi.